Fobia. Cosa è
Forme cliniche
- Fobie Specifiche: : paura degli animali, delle iniezioni, del sangue ecc..
- Fobie Sociali: paura di trovarsi in situazioni sociali e paura del giudizio di altre persone.
Trattamenti
La fobia costituisce anche un “costrutto” psichico per certi versi ancora misterioso- come sosteneva Freud – la cui sistemazione meta psicologica appare difficile e dà tuttora luogo a controversie.
Le difficoltà quindi non riguardano tanto il riconoscimento clinico di una fobia, quanto la costruzione di una teoria o una eziopatogenesi coerente.
Freud (1894b) distingue inizialmente due gruppi di fobie: quelle “comuni”, che esagerano le paure abituali (ad esempio quelle della notte, della solitudine, della morte …), e quelle “contingenti”, non abituali (ad esempio la claustrofobia), “paura di condizioni speciali che non ispirano alcun timore all’uomo sano” (p.145), nelle quali subentrano meccanismi più complessi.
Freud ritorna ad occuparsi di fobie nel 1908, con il caso del piccolo Hans, e qualche anno dopo, nel 1914, con quello dell’uomo dei lupi. Egli osserva che le fobie non dovevano essere considerate un processo patologico indipendente, ma delle “sindromi” facenti parte delle più svariate forme di nevrosi. Nasce così la descrizione fobica nell’ambito delle nevrosi d’angoscia, denominata “isteria d’angoscia”. Freud riconosce un meccanismo di organizzazione sintomatico dell’angoscia simile a quello dell’isteria.
L’ambiente circostante l’oggetto fobico è, nella sua interezza, particolarmente atto a suscitare angoscia – definita in seguito come “segnale” (Freud, 1915-1917, p. 547) che funge da avvertimento del pericolo. Essa si produce anche in assenza dell’oggetto fobico, suscitando di conseguenza manovre precauzionali, in grado di tutelare il soggetto fobico dalle percezioni, ma non dalle eccitazioni pulsionali.
Nel 1925 in Inibizione, sintomo e angoscia Freud riformula la distinzione fra angoscia reale (o realistica) e angoscia nevrotica. “Il pericolo reale è un pericolo che conosciamo, l’angoscia reale è angoscia di fronte a questo pericolo. L’angoscia nevrotica è angoscia di fronte a un pericolo che non conosciamo” (p.311). Questa distinzione diede luogo alla nozione di “angoscia come segnale”. Dall’angoscia come segnale può scaturire la gestione della situazione fobica, attraverso la fuga o la conciliazione difensiva da parte dell’Io.
L’angoscia nevrotica può seguire tre strade: a) rimanere come angoscia libera e dar luogo a uno stato di “aspettativa angosciosa” (nevrosi d’angoscia), b) legarsi a certi contenuti rappresentativi, c) dare luogo a gravi nevrosi come l’isteria, in cui non appare la relazione con una causa esterna.
Freud considerava l’Io come sede unica dell’angoscia, sia a livello produttivo (angoscia come segnale) sia a livello esperienziale. “E invero non sapremo che senso avrebbe parlare di “un angoscia dell’Es” o attribuire al Super-Io la facoltà di impaurirsi. Per contro abbiamo accolto come auspicata corrispondenza che le tre principali forme di angoscia- l’angoscia reale, l’angoscia nevrotica e quella morale- possano essere messe in relazione senza sforzo con le tre forme di dipendenza dell’Io: dal mondo esterno, dall’Es e dal Super-io” (p.195). A questo punto Freud sostiene che non è più la rimozione che provoca l’angoscia (intesa come angoscia di castrazione), ma bensì sarebbe l’angoscia a provocare la rimozione (l’angoscia come segnale che nasce dal conflitto interno all’Io).
A cura di Adriano Legacci e di Cristina Zanella